Solo Sua – Atti osceni

Bella ragazza nella metropolitana affollata

Sette e trenta. La metro era puntuale e già intasata di gente. Mi precipitai ugualmente dentro al primo vagone perché non volevo tardare proprio il primo giorno del mio nuovo impiego.

Quando le porte si richiusero mi infilai tra la calca cercando l’appiglio di un palo, aggrappandomi saldamente appoggiai anche la testa e chiusi gli occhi.

Cosa ci faccio qui? Pensai, sentendomi tutta sfasata, decisamente fuori luogo. Davvero la “Grande Mela” è il posto giusto per ricominciare?

Ero stanca, vittima di un fuso orario di diverse ore che non ero ancora riuscita a recuperare. L’opportunità di far carriera si era presentata all’improvviso e io non ci avevo pensato su nemmeno un momento, fuggendo da casa in fretta e furia. In fondo cosa poteva esserci di meglio di una grande metropoli per allontanarsi dal provincialismo di un piccolo paese del nord?

Peccato però che nessuno mi avesse avvisata di quanto caldo facesse!

Alla prima fermata le porte della metro si spalancarono.

«Oh, no» mormorai mentre un paio di individui scendevano e un’altra ondata di gente saliva.

Detestavo sentirmi pressata in quel modo, temevo di sentire il tanfo di sudore delle persone che davano libero sfogo alle proprie ascelle aggrappandosi alle sbarre più alte del vagone. Una paura infondata, dal momento che quasi tutti i passeggeri si stavano recando al lavoro, proprio come me, perfettamente lavati, deodorati e profumati, in previsione della giornata d’ufficio.

La metro decelerò bruscamente e ripartì altrettanto velocemente, quando mi sentii schiacciare contro la sbarra che avevo davanti, pressata da quella che avevo di dietro.

Senonché, dietro non ne avevo. La cosa che spingeva contro la mia natica non era affatto un pezzo di ferro inanimato.

Oh, porca miseria! Imprecai mentalmente.

Sgranai gli occhi imponendomi di restare calma.

Magari il tizio alle mie spalle non lo stava facendo apposta; forse si era svegliato in ritardo, gli era toccato correre fuori di casa in quelle condizioni e mi aveva urtata senza volere, non era proprio il caso di farne una tragedia.

Sbirciai con la coda dell’occhio la sua sagoma, ma senza girarmi non riuscii a vedere granché. Lui allungò il braccio sopra le mie spalle andando ad afferrare proprio il palo davanti al mio viso e mi spinse un altro poco in avanti.

Okay, basta essere così ingenua. Mi dissi. Lo sta facendo proprio apposta!

La sfumatura di fard che avevo messo sugli zigomi servì soltanto a evidenziare il rossore che sentivo salire alle guance. Al mio paese mi sarei girata per dirgliene quattro davanti a tutti, ma non ero nella mia piccola cittadina, ero a New York; nessuno in quella metropolitana mi conosceva e a nessuno sarebbe importato se mi fossi lasciata strofinare il pene di un estraneo sulle natiche. Non c’era bisogno che facessi scenate, bastava che mi allontanassi.

Cercai di scostarmi di lato e di frapporre tra noi la borsetta spingendo la tracolla di lato. In quella posizione avevo ancora davanti agli occhi il suo braccio con la manica blu della giacca, i bottoni scuri in madreperla e la camicia con il polsino di una tonalità leggermente più chiara. La sua mano era grande e snella, con le unghie ben curate e profumava di fresco, con un vago sottofondo di muschio bianco.

Richiusi gli occhi inspirando profondamente e chinando il capo, non volevo rischiare di incontrare il suo sguardo.

Quando li riaprii lui non c’era più. Le preoccupazioni che avevo in testa erano tante che non avrei dovuto sprecare nemmeno un pensiero per quell’inezia, invece fui delusa e mi scoprii a cercare una giacca blu tra la folla. Perfino dopo essere scesa mi trovai a guardare la metropolitana che ripartiva scrutando dentro i vagoni, ma di lui nessuna traccia.

Forse lo stavo usando come scusante per distrarmi e rallentare il passo. Affrontare una nuova vita non era semplice, per niente, specialmente sapendo che stavo per recarmi agli uffici della Franklyn Holding & C., dove branchi di pescecani erano pronti a sbranare una giovane ragazza della provincia. Non ero ancora sicura di aver fatto la scelta giusta, per dirla tutta avevo una paura del diavolo e un mucchio di ripensamenti.

Ebbene, strano a dirsi, ma a quella lunga giornata sopravvissi indenne.

Ottenni non soltanto una scrivania, ma perfino un ufficio tutto mio, venni presentata a molti più colleghi di quanti ne potessi ricordare e mi fu affidata una casella di posta che riempì il mio monitor di mail nel giro di poche ore.

Con tutto ciò, il mio pensiero continuava a svicolare subdolo verso la sensazione di quel pene che premeva contro il mio fondoschiena quasi con dolcezza e poi con più insistenza: era la prima sensazione illecita che New York mi aveva regalato.

Era questo ciò di cui avevo voglia? Di cose immorali e proibite, per disfarmi di una gabbia che troppo a lungo mi aveva tenuta imprigionata?

La risposta l’ebbi chiara il mattino seguente quando scelsi dall’armadio una gonna anziché i pantaloni.

«Ah, Margareth», mormorai scuotendo il capo, «sei proprio una birichina.»

La metropolitana era affollata come il giorno precedente.

Afferrai il mio palo avendo buona cura di non guardarmi intorno. Avrei dovuto concentrarmi sulle fluttuazioni dei tassi d’interesse e sul piano di reinvestimento trimestrale che mi era stato chiesto, ma riuscivo a pensare soltanto a quell’estraneo di cui però non c’era traccia.

Quando cominciai a perdere le speranze, un braccio mi sfiorò l’orecchio sinistro andando ad afferrare la sbarra davanti a me; subito una ventata di muschio bianco e brezza marina fece fare una piroetta al mio cuore.

Vidi la camicia blu con gli stessi bottoni madreperla della giacca: era lui.

Continua…

 

 

 


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