Solo Sua – Guardami

Cabine di prova rosa con tende nere

Seguivo Cate tra gli scaffali del nuovo centro commerciale dove avevamo deciso di trascorrere un ozioso pomeriggio di shopping. Più che gli acquisti ero intenzionata a godermi il fresco dell’aria condizionata dal momento che ad agosto la città era un fuoco. Giornate calde e notti altrettanto torride mi rendevano inquieta lasciandomi addosso un bollore che mi mandava su di giri per un nonnulla.

E lui non era esattamente un nonnulla: capello ribelle, nero che più nero non si poteva, camicia di lino bianca, tratti della mascella e delle sopracciglia prominenti, e grandi mani.

Mi accorsi della sua esistenza mentre raccoglieva da terra una borsetta e la porgeva a una bella donna, giovane e distinta, con uno chignon sulla nuca e un bambino che la tirava per la sottana. Probabilmente sua moglie.

Resa la borsetta, volse lo sguardo oltre quello della donna intenta ad accudire il bambino e incontrò il mio. Sui suoi occhi castani c’era scritto “esse-e-esse-esse-o” a caratteri cubitali, niente di più, niente di meno, firmato e sottoscritto dai capelli che ricadevano sulle ciglia, sexy in modo devastante.

Una persona normale avrebbe distolto lo sguardo, certo. Ma non io, perché io mi ero bloccata come un’ebete. Ero ingrippata come fossi un aggeggio a ingranaggi al quale avessero improvvisamente ficcato un bel cacciavite nel mezzo con il risultato che la mia pressione arteriosa stava implodendo avvampandomi il volto.

Ma che lui fosse sufficientemente cortese da farmi il piacere di mollarci per primo? Assolutamente no, perché… beh, semplicemente perché era un uomo, per di più giovane e bello.

Certi uomini non dovrebbero avere tanto potere nello sguardo, lo dico con cognizione di causa.

Ad ogni modo fu Cate a togliermi dall’impasse ponendosi sulla traiettoria della nostra muta conversazione. Mi trascinò via tra alti scaffali, totalmente ignara di avermi strappato a un momento di pura magia. Attimi che non significavano nulla, ma che poi mi sarei ritrovata a custodire nel ricordo per poterli tirare fuori a mio piacimento e fantasticarci un po’ su. Occasioni mancate o cose così.

Trascorsi un’ora camminando su e giù per le scale mobili, passando dal reparto cosmetici agli arredi da salotto, finché Cate non decise che doveva farsi assolutamente le unghie. Ci separammo dandoci appuntamento al piano di sotto dove avevo intenzione di trovare un vestito adatto per una serata galante. Non che avessi in previsione una cosa del genere, ma se mi fosse capitata tale fortuna lungi da me il farmi cogliere impreparata.

Ne scelsi alcuni ed entrai nel corridoio degli spogliatoi. Pareti grigie, tendoni rossi per ogni camerino e faretti incassati nel muro lo facevano sembrare il tunnel di un cinema multisala. Lo scopo era senz’altro quello di creare un’atmosfera che mascherasse i difetti e invogliasse alle compere.

Scelsi uno dei camerini sul fondo ed entrai. Appesi le grucce agli attaccapanni e quando mi girai per tirare la tenda rimasi di nuovo fulminata. Lui era lì, molto più vicino di quanto non fosse stato prima. Era ritto accanto alla parete opposta e mi fissava spudoratamente.

Con ogni probabilità anche sua moglie stava provando qualche abito nei paraggi. Però era me che lui stava guardando.

Cosa mi saltò in mente e dove trovai tanta audacia non so dirlo: alzai il mento nella sua direzione come a volergli fare un gesto d’intesa e tirai la tenda con mano insicura senza chiuderla del tutto, lasciando giusto una fessura che gli consentisse di spiarmi.

Mi girai e osservai il mio riflesso. Mi avrebbe trovata bella? Avrebbe fantasticato su di me quando fosse tornato a casa con i suoi cari quella sera? Perché non c’era dubbio che io avrei viaggiato molto con la fantasia su di lui e su quegli occhi così penetranti da apparire perfino molesti.

Levai i sandali rimpiangendo di non aver indossato uno dei miei completi intimi migliori, ma forse non ne avevo motivo, magari se ne era già andato.

Come non detto: era ancora lì, in una posa di finta indifferenza, ansioso di vedere cosa avessi da mostrargli.

Raccolsi il coraggio e afferrai i lembi della canottiera, me la sfilai dalla testa accarezzandomi volutamente la schiena. I capelli ricaddero soffici a coprirmi le spalle. Un capezzolo roseo era strabordato dal reggiseno a fascia, dritto come un soldatino.

Lui si guardò intorno, fece un passo in avanti e inclinò la testa per vedere meglio nel mio riflesso.

Sembrava così sicuro di sé. Io invece non lo sapevo proprio cosa stavo facendo, mi sentivo come una monella molto sfacciata e mi piaceva da morire.

Gli permisi di osservarmi così, mentre sistemavo con sproporzionata lentezza ciò che era fuoriuscito dalla  coppetta del reggiseno, stranamente consapevole che in topless su una spiaggia tropicale mi sarei sentita meno nuda.

Dopo aver imparato quanto gli era possibile sulle mie tette, abbassò gli occhi scrutando la mia metà inferiore come per indurmi a dedicarmi alla parte sotto. Non aveva proprio vergogna, ma aveva pretese.

Abbassai la zip e la gonnella plissettata mi cadde dai fianchi dando mostra delle mutandine bianche, scivolate da ogni lato delle natiche verso il centro perché avevo il “culo a palla”, o così sosteneva Cate, e quindi la biancheria tendeva sempre a finirci nel mezzo mentre camminavo.

Lui s’appoggiò con la mano al muro e sorrise scuotendo la testa.

Stava ridendo del mio culo? Mi intrappolai il labbro tra i denti e corsi a sistemare gli slip con le dita. Feci scorrere gli indici sotto la stoffa sottile riportandoli in posizione.

Continua…

 

 

 


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