Solo Sua – Nell’anima di una stella

Bella teenager con i capelli mori lunghi ripresa dall'alto

Non amavo i giorni dell’occupazione scolastica durante i quali le interazioni con i miei compagni di classe finivano immancabilmente col prendere pieghe spiacevoli.

“Il gioco della verità”, tanto amato dalle femminucce curiose, consisteva nel subire domande indiscrete dinnanzi alle quali si poteva scegliere se rispondere sinceramente o pagare pegno. Doppio pegno se veniva smascherata una bugia.

Jessica non partecipava mai, nemmeno le importava di lasciare così intendere che avesse chissà quali segreti da nascondere.

Io invece mi sforzavo di prendervi parte con il risultato che il mio viso si infiammava come un falò nel rispondere a certe domande. Va detto però che nessuno si rendeva mai conto di quante panzane potessi raccontare; non ero un tipo estroverso, ma ero molto fantasiosa.

Quel giorno avrei potuto benissimo smascherare Mirco, fargli pagare il pegno peggiore che mi venisse in mente. Eppure, quando gli chiesero se avesse mai baciato una delle ragazze presenti e lui  rispose di no battendo nervosamente il piede a terra, me ne stetti lì buona senza fiatare.

In verità aveva baciato Jessica, la mia strana amica che indifferente affondava il suo bel visetto in un diario nel cantuccio più lontano dell’aula. Ma soprattutto aveva baciato me, anche se non ero certo un trofeo di cui vantarsi con gli amici. Quando avesse voluto esporre la sua conquista avrebbe usato un esemplare del calibro di Pamela o di Francesca: jeans super attillati, push-up esplosivi e battuta sempre pronta. Bastava loro uno sbattere di ciglia alla Jessica Rabbit e i maschietti accorrevano a lisciargli il pelo come fossero gatte di razza.

Sarebbero state quasi da invidiare.

Poi c’ero io, che presa in gruppo ero una frana totale, ma a tu per tu mi sentivo diversa, le parole mi uscivano di bocca fluenti, maliziose, con la voglia di giocare a stuzzicare.

Mirco sarebbe anche corso da Pamela o da Francesca quando avesse voluto mettersi in mostra, ma per le sue “cosacce” era venuto a cercare me. Eliminati felpa e braghe della tuta, era rimasto piacevolmente sorpreso da un seno florido che puntava all’insù con arroganza. La vista di un inaspettato novanta-sessanta-novanta era stata per lui la ciliegina sulla torta.

Lo avrei perdonato per quella bugia, anzi lo avrei perfino ammirato se avesse fatto il finto tonto per proteggere la mia privacy, ma sapevamo tutti e due che non era per quello se aveva mentito: il bastardello non poteva certo ammettere di essersi abbassato a una come me. L’unica magra consolazione stava nell’aver così evitato le malelingue; avevo già l’appellativo di sciattona, facevo volentieri a meno di conquistarmi anche quello di troietta a causa dell’errore di un unico pomeriggio.

Fortunatamente, prima di rimanere vittima della stessa domanda, il suono della campana giunse liberatorio sancendo la fine delle lezioni, nonché la fine dei giochi.

Evitai di salutare Mirco e come ogni giorno mi avviai verso casa con Jessica.

«Potevi sputtanarlo» esordì lei.

Mi faceva tenerezza il modo in cui cercava sempre di proteggermi.

Almeno Jess figurava come eclettica, nella sua magrezza malata con quel pesante trucco scuro sembrava provenire dall’aldilà.

«La figuraccia l’avrei fatta io in quel caso» le spiegai. «Non lo vedi come si comporta? Come se nemmeno mi conoscesse. Sono stata una stupida, ecco tutto.»

«Ma no dai, ti sei fatta una scopata. Devi pensare di essere stata tu ad averlo usato vedrai che ti sentirai meglio. Sarà uno stronzo, ma è pur sempre un gran bel pezzo di manzo.»

Non aveva tutti i torti. Feci spallucce e scoppiammo entrambe a ridere.

Scendemmo dalla bici sul ponte di casa sua, lei era arrivata e io volevo proseguire a piedi per non arrivare troppo presto.

Fece per salutarmi. «Piuttosto, per stasera, siamo d’accordo?»

Annuii. «Come sempre.»

Rimasi un attimo a fissarla, avrei voluto dirle che non sapevo se mi andava veramente, che forse non mi sentivo in forma. Poi ripensai a Mirco, Pamela, Francesca, ai piatti da lavare, alla tv accesa in camera mia senza nulla da vedere, al prof di latino che aveva minacciato di darmi cinque, a mia madre che si lamentava per il disordine in camera, a tutto ciò che mi sembrava patetico e a tutto ciò da cui volevo fuggire.

«Sempre che per te non sia un problema» aggiunsi, accorgendomi della sua espressione dubbiosa.

Speravo ardentemente che confermasse.

E lei non mi deluse. «Figurati, per me è okay.»

 

***

 

Non mi riusciva proprio di concentrarmi sulla versione di latino: c’erano Mirco e mille altri pensieri che si accavallavano nella mia mente come voci gridate nel vuoto.

Strinsi la testa tra le mani quando il suono di quelle voci diventò così intenso da farmi male alle orecchie. Era lo stesso tipo di dolore che avevo avvertito quando Mirco stringeva il mio corpo nudo tirandomi verso di sé per farmi sentire l’entità della sua erezione.

Mi sdraiai sul letto, le mie mani sudavano freddo.

Incapace di trovare tregua mi sparai quattro gocce di Lexotan dritto in gola. Non che contassero qualcosa, ormai sortivano lo stesso effetto dell’acqua fresca. Poco dopo trovai comunque la forza di alzarmi, spalancai la finestra inspirando profondamente l’aria spumeggiante della primavera e mi sporsi sul dal davanzale.

Continua…

 

 

 


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