Solo Sua – Non così

Bella ragazza nuda sul pavimento in penombra

Mi svegliai raggomitolata sul divano con le mani tra le cosce. Erano le quattro passate, fuori c’era un tempo infame e secondo la mia agenda avrei dovuto mostrare ai signori Fischer una casa dall’altra parte della città esattamente a quell’ora.

Scelsi al volo una gonna molto corta perché Rod, il mio capo, diceva che essere sexy rendeva il cliente distratto e propenso a perdonare qualsiasi mancanza. Stavo ancora infilando la giacca quando entrai in ascensore con un Chupa Chups al caffè infilato in bocca: non molto salutare come pranzo-merenda, ma molto pratico.

L’appartamento che avevo ereditato da mia madre si trovava al sesto piano di una palazzina di nove. Non nutrivo particolare simpatia per gli ascensori, però mi erano indispensabili almeno per salire, per scendere qualche volta usavo le scale. Beh, se lo avessi fatto anche quella volta il resto della mia vita sarebbe andato in maniera totalmente diversa.

Nell’entrare in quell’antro semibuio mi accorsi con un attimo di ritardo che dentro c’era già qualcuno, cosa assolutamente insolita dal momento che la maggior parte degli appartamenti era sfitta. Non sapevo chi potesse essere, non partecipavo mai alle riunioni di condominio, stavo zitta e pagavo la mia parte, il mio contributo era tutto lì, col risultato che ero praticamente un’estranea in quel palazzo.

Passai il Chupa Chups da una guancia all’altra snocciolando una specie di «Salve.»

Quello che avevo davanti era un ragazzo moro dai capelli corti e riccissimi, lunghe ciglia fitte e un bosco di sopracciglia. Al collo portava una collana di legno un po’ troppo grande per risultare mascolina.

Rimase appoggiato alla parete accompagnando un sorriso distratto a un cenno quasi impercettibile del capo.

Mi girai, la porta si richiuse; l’idea di averlo alle spalle mi diede un brivido alle gambe ispirando uno di quei pensieri dissennati sui quali mi piaceva indugiare in certe circostanze. Morsi il dolciume e lo ingoiai per evitare che nel silenzio si udissero i rumori sgraziati che provocavo nel succhiarlo.

L’ascensore si mise in moto, le mie fantasie anche, poi all’improvviso ci fu un grosso strattone e il pavimento traballò sotto i nostri piedi. Emisi d’istinto un gridolino che mi fece andare di traverso l’ultimo pezzetto caramellato. La luce si spense del tutto: eravamo fermi.

«Oh, cazzo» imprecai per un sacco di buoni motivi.

«C’è un telefono in questo ascensore? Tu ne hai uno?» domandò il ragazzo rivelando una voce che raschiava i toni più bassi delle corde vocali a dispetto della sua età, che a occhio e croce non doveva essere tanto superiore alla mia.

Frugai alla cieca nella mia borsa pregando che il telefonino non fosse scarico. Quando lo trovai scoprii che non c’era campo, ma la luce dello schermo era sufficiente a schiarire un minimo il buio pesto. Puntandolo contro il solo altro occupante di quello spazio ristretto, mi accorsi che era ancora appoggiato alla stessa parete, le braccia tese con le dita serrate sul corrimano. A terra c’era una sacca da ginnastica.

Spostai la luce sulle altre pareti in cerca di una linea telefonica, ma trovammo soltanto il pulsante d’emergenza. Cominciai a premerlo convulsamente prima che lui mi catturasse il polso.

«Non serve, basta una volta» disse gentilmente.

Ignorandolo iniziai anche a battere i pugni. «Aiuto! Aiutateci per favore!»

Mi tolse di mano il telefono per illuminarmi il viso, trovando una gocciolina di sudore freddo che mi colava sulla tempia.

«Claustrofobia?» chiese posando una mano sulla mia spalla.

Lo guardai annuendo mentre rigiravo le mani l’una nell’altra, col risultato che erano sempre più fredde e umide.

Lui non fece commenti, prese un asciugamano dalla sua sacca e lo stese in terra.

«Siediti» ordinò.

Non ne avevo nessuna voglia, ero troppo tesa, ma fui tirata giù con forza costante e mi trovai in terra a gambe incrociate. Fortunatamente la gonna era abbastanza larga da adattarsi alla mia posizione.

«Adesso respira e fammi un sorriso. L’aria c’è, non devi preoccuparti che venga a mancare. Inspira ed espira, concentrati solo su questo.»

Feci come mi aveva detto e mi concentrai sull’odore del mio profumo ai fiori d’Ibisco insieme a quello più delicato e più fresco di pino e di foresta, il suo. In sottofondo però restava imperante l’odore di chiuso dovuto all’aria stantia dell’ascensore.

In quel momento la luce d’emergenza si accese permettendomi di tirare un sospiro di sollievo.

«Visto? Tra poco saremo fuori» mi rassicurò.

Appoggiai la testa indietro. «Non è proprio claustrofobia, credo sia più panico. Sai, tipo la paura del buio… comunque penso di potermi controllare.»

Il suo sorriso mi era d’aiuto, aveva qualcosa di spontaneo e genuino più di qualunque altro avessi visto in vita mia.

Allungò la mano. «Mi chiamo Patrick. Sto all’attico da circa un mese.»

«Lia. Sesto.»

Credo che chiunque in una tale situazione non avrebbe fatto altro che domandarsi quanto tempo ci sarebbe voluto per l’intervento dei tecnici, come funzionava l’allarme e cose del genere. Patrick invece cercò di parlarmi di tutt’altro tenendo la mia mente ben lontana da quell’ascensore. Mi domandò del mio lavoro, dei miei  hobby e mi parlò dei suoi: era diretto in palestra e mi invitò ad andare con lui una volta. Non capii se dovessi prenderlo come una critica al mio aspetto o come un insolito invito ad uscire insieme, così cominciai a flirtare con lui levandomi la giacca e muovendo le gambe per constatare quanto potevo attirare la sua attenzione. Puntualmente i suoi occhi sbirciavano dove volevo.

La sua compagnia mi fu di vero aiuto. Lì, in quell’ascensore rinchiusi fuori dal mondo, il tempo sembrava assumere una diversa cadenza in un clima di intimità forzata molto coinvolgente. Purtroppo però nell’arco di un paio d’ore Patrick prese a guardare l’orologio con sempre maggiore frequenza. Divenne irrequieto cambiando posizione continuamente, tanto che il suo nervosismo finì per agitare di nuovo anche me.

«Avevi un appuntamento?»

Assunse un’espressione grave. «In un certo senso sì. Uno di quelli che non si rimandano.»

«Una donna?»

«Non sono affari tuoi.»

Dopo tanta gentilezza la sua frase mi giunse come uno schiaffo inatteso.

Scattai di conseguenza. «Sai che ti dico: sono stufa di stare qui dentro» mi alzai in piedi irritata. «Cristo, ci sarà bene qualcuno! Ehi, là fuori! Mi sentite?!»

Come in risposta l’ascensore si mosse verso l’alto per pochi secondi e poi si bloccò ancora.

Il mio cellulare trillò, era tornato campo; avevo circa una decina di chiamate non risposte, ma non feci in tempo a controllarle che Patrick si alzò in piedi e me lo strappò di mano.

«Ehi!»

«Scusa è importante. È… questione di vita o di morte.»

«Come no?»

Rimasi per forza di cose ad ascoltare la sua conversazione.

«Vik, sono io, Patrick. Sono rimasto bloccato dentro l’ascensore di casa mia… da due ore… no, non sono solo… una ragazza… sì… no, senti, tirami fuori da qui porca puttana! Non funzionerà…» Tutt’a un tratto precipitammo.

Continua…

 

 

 


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