Solo Sua – Ossessione

Primo piano di un bel fiore azzurro sovrastato da un filo spinato

Salgo le scale in cerca di un angolo meno rumoroso, la musica alta che prima mi inebriava ora mi infastidisce, perché lo stordimento che desidero è soltanto quello che mi procuri tu.

Mi osservi, mi segui senza avvicinarti, eppure sento il tuo fiato sul collo, mi sento braccata.

Ordino qualcosa di forte da bere per alleggerirmi le gambe e non farle tremare.

Respingo finti adulatori in cerca di una scopata. Mi piacerebbe farti ingelosire, ma con i loro sdolcinati complimenti mi viene il diabete. Sono insignificanti ai miei occhi. Io, che ho soltanto bisogno di essere infilzata da parte a parte con uno spillone sporco del tuo veleno, come fossi una bambolina voodoo.

Mi giro certa di ritrovarti, tu sei distratto dal tuo amico che è un giocoliere di parole, ma i tuoi occhi sono rivolti comunque a me. Alzo il bicchiere alla tua salute.

Sì, mi fai cenno di sì, ma so che non ti avvicinerai.

Immagino che quello che mi stai regalando sia il tuo primo sorriso di oggi.

Quando? Lo sai quando la nostra tenerezza si è trasformata in foga e poi in ossessione?

Io lo so quando abbiamo varcato la soglia.

Ero in camera tua, complice di un amore folle che mi tranciava il respiro. Ti guardai felice e stremata, adagiata mollemente sul tuo letto tra lenzuola sudate; ti avevo e ti volevo di più, era una richiesta muta. Tu la interpretasti, la distorcesti a tuo piacimento senza che io aprissi bocca.

Prendesti il mio braccio, legasti un cordone e mi tenesti la mano mentre un batuffolo di cotone lasciava una scia rinfrescante.

Ti guardai con occhi atterriti quando sterilizzasti la lama con l’accendino. Immobile, riposi in te la mia fiducia più sincera mentre osservavi sul mio petto l’ansimare di chi ha timore e trepidazione al tempo stesso.

Con mia grande sorpresa non faceva tanto male, era solo un caldo sprofondare, una linea di una precisione esemplare, dritta, fine, lunga tre quarti del mio esile braccio.

Posasti la tua lingua poco prima del mio polso. So esattamente il sapore che sentisti: lo stesso che sentivo io quando bambina giocavo nei campi e cadevo, mi leccavo le ferite credendo di disinfettarle, come un cagnolino.

«Mi nutro di te» mi dicesti.

Mi dispiace dirtelo, sei famelico, ma non sei un vampiro, altrimenti ti saresti attaccato al mio polso nel tentativo di dissetarti, non ne avresti soltanto sentito curiosamente il sapore.

Mi strizzavi e goccioline di un rosso carminio si accumulavano, tu le raccoglievi col dito, disegnavi sul mio corpo i tuoi deliri e io li osservavo con occhi vitrei, estasiata dalla tua arte. Ecco, vedi, quelle gocce di sangue furono il sigillo del nostro scellerato patto.

Lanciai un grido quando infine intridesti un ultimo cotone e lo premesti sulla ferita: non era disinfettante, ma alcol che bruciava come aceto.

Godevi del mio contorcermi. Io stringevo il pugno, forse te lo avrei anche tirato se non mi avessi tenuta così saldamente.

E fu proprio così, per merito o per colpa tua che imparammo a rendere tangibile il bruciore di quel che ci infiamma l’anima.

Un po’ in ricordo dei tuoi disegni e un po’ per ovviare alla noia, trovo rifugio nell’angolo di un tatuatore che gentilmente mi invita a offrirgli una parte del mio corpo come tela da dipinto. Sai bene che non oserei mai incidere la mia pelle in modo immutevole, si tratta soltanto di henné, tempo un mese e non ne resterà nemmeno il ricordo.

Avendo un abito indecentemente scollato sul dietro, la scelta dello spazio da concedere al disegno cade facilmente sulla mia schiena. Finisco col chiedere un giglio contornato da un filo di spine, candido e tormentato.

Ce ne stiamo appollaiati sui nostri sgabelli, parliamo, mi chiede se può fare una variazione. Acconsento senza indagare, è molto piacevole sentire il suo pennello che mi solletica, i suoi polpastrelli delicati mi danno i brividi.

Ti avvicini senza che me ne accorga e gli sussurri poche parole mentre subdolo mi sfiori la schiena.

A opera conclusa il ragazzo scuote le spalle dispiaciuto per essere stato tuo complice, io mi rigiro su me stessa sgomenta, con lo specchietto da trucco svelo pezzo per pezzo l’immagine oscena che si riflette sulla vetrata del locale.

Io volevo purezza e tu mi hai fatto griffare da puttana.

Dove sei, bastardo.

Come sta il tuo cazzo?

Si è ripreso dall’altra sera?

Era bello tormentarlo mentre il fiocco lo strozzava per impedirgli di mostrarsi spavaldo come al solito.

Non è stata cattiveria.

È stato altruismo: volevo farti sapere cosa si prova a essere me, farti provare il mio piacere, anche se so bene che per te non è stata la stessa cosa.

Hai sentito le mie unghie, amore?

Ho una voglia matta di vedere se ancora porti i miei segni su di te.

È sollevante vero, vedere che il tuo corpo sa cicatrizzare le ferite da solo, lui sa guarirti nella carne, anche quando tu non lo sai fare nello spirito. Ogni crosticina che abbandona il tuo corpo rivela una parte nuova di te stesso.

Di’ la verità, per un istante hai temuto le mie intenzioni, ma lo sappiamo bene, ci tieni troppo alla tua virilità, non me lo avresti mai permesso a costo di romperti le ossa per liberarti.

Giungo fino al bagno, strofino con fazzoletti di carta e sapone liquido. Non funziona, serve soltanto ad arrossarmi la schiena.

Continua…

 

 

 


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