Solo Sua – Per sesso o per denaro

Primo piano di una cintura di cuoio da uomo arrotolata

Era bravo con le mani, ma difettava in altri aspetti. Non sapeva essere discreto: voleva fare un gioco per i grandi quando non aveva il minimo tatto e si comportava come il ragazzo inesperto che era.

Il male che sapeva fare invece non aveva età.

 

***

 

Tornò dal bagno con la sua spavalda andatura da playboy. Prima di accomodarsi su uno dei divanetti più lussuosi dell’Upper East Side, nel salotto della mia amica Samantha, sfoderò un sorriso ammaliante soltanto per me: mi stava gettando un ossicino come avrebbe fatto con un cagnetto randagio.

Scossi mentalmente il capo.

Guardati intorno, ragazzo: li vedi questi gentiluomini in giacca e cravatta? Tu non hai un briciolo della loro cultura e della loro ricchezza, non sai nemmeno che significa far fatica e guadagnarsi il pane. Tu usi la tua bellezza come un’arma, non sei altro che una puttana.

Una puttana così brava che hai offuscato ognuno di loro: vedo solo te e voglio solo te, ma giuro che troverò il modo di estirparti dal mio cuore come l’erba cattiva, Max.

Non resistette che pochi minuti sul divanetto adornato da nastri di seta écru, si allungò raccogliendo una tartina, portandola tra due labbra che erano l’unico tratto femmineo della sua avvenenza virile. La masticò, si leccò un dito pulendolo sul fazzoletto, bevve un sorso di Porto Sandeman e mi invitò a ballare tendendomi una mano.

Mi faceva male soltanto guardarlo, perché era bello da morire, e purtroppo ne era ben cosciente.

Lasciai che mi conducesse al centro del salone. Mi fece volteggiare sul pavimento di marmo rosa antico al suono di un walzer, muovendosi come io stessa gli avevo insegnato. La sua mano mi solleticò la schiena tamburellando con polpastrelli leggeri sulla spina dorsale scoperta.

Lo guardai negli occhi. «Questa è l’ultima volta che mi tocchi, Max.»

Non si scompose, forse non era istruito, ma era sveglio. Ci pensò un istante guardandosi intorno per capire chi potesse averlo tradito. «Cosa hai sentito, Christine?»

Stranamente non avevo ancora pianto. «Abbastanza.»

Poco prima avevo varcato la porta della zona toilette con il sorriso sulle labbra, udendo la sua voce mi ero fermata prima di oltrepassare il tendone dell’antibagno.

“…Non sarà una ventenne, ma è ancora una buona trombata. È persa: posso farle fare qualsiasi cosa. E poi ha addosso quel puzzo di quattrini che mmh… me lo fa rizzare, giuro. Mangio, bevo, vesto bene, scarico il cazzo e giro in limousine. Ti dirò che per ora mi sta bene così.”

Continuando a danzare tra le sue braccia gli lanciai un sorriso di scherno. «Ah Max, non immagini quanto ti saresti potuto arricchire usando un po’ di più il cervello.»

Un altro giro di walzer e Max prese il sopravvento guidando i miei passi verso la porta che dava sul patio. Sentivo tendersi i muscoli guizzanti sotto la camicia, in tutta la florida giovinezza dei suoi ventisei anni.

Non appena fummo fuori, mi strappai via da lui. «Non è stato un incidente: dieci mesi fa mi hai urtata di proposito su quel marciapiede, non è vero?»

Fin dal primo giorno avevo abboccato alla sua esca, intenerendomi per quel ragazzo al quale la vita non aveva regalato nulla, se non l’incommensurabile bellezza.

Max serrò la mascella rabbioso, allungò una mano cercando di raggiungere la mia.

«Christine, lasciami spiegare per favore.»

«Non mi toccare!»

L’amarezza teneva in ostaggio le mie lacrime, ma una scappò ugualmente lungo la mia guancia. Per non mostrarla gli diedi le spalle.

«Mi hai usata, ammettilo ragazzo. Ma adesso è finito il tempo in cui ti bastava schioccare le dita per farmi girare la testa, perché adesso io ti vedo per quello che sei. Sei marcio Max, non vedo altro che un succube davanti a me. Tu prendi, prendi… non sai far altro che prendere!»

Attese che finissi di sfogarmi incamerando tutto quello che gli sputavo contro e poi esplose.

Mi afferrò sopra al gomito e mi spinse contro una colonna del porticato perché non potessi più evitare di guardarlo in volto. «E tu? Non mi hai usata tu? Vuoi forse farmi credere che sei così ingenua da non vedere come stanno le cose? Tu mi porti in giro esibendomi alle ricche signore come il tuo trofeo; lo stupido stallone che usi per fottere! L’unico modo che ho per conservare un po’ di dignità è fingere che non me ne importi. E se tu non lo capisci vuol dire che sei una stronza.»

La mia mano si avviò senza che nemmeno me ne accorgessi e si stampò sul suo bel volto con tutta la rabbia possibile rigirandogli il capo.

Max si portò il palmo alla guancia, rialzando lentamente il viso mi guardò con una passionalità sconvolgente, che non avevo mai visto prima in quegli occhi cristallini.

«Questo è stato il primo gesto sincero che ho ricevuto da te.»

Come osava parlarmi a quel modo e per di più con un’espressione così compiaciuta!

Non appena riportò il braccio al fianco non ebbi remore nel colpirlo di nuovo. Lui aggrottò lo sguardo, mi strinse contro la colonna con un tale impeto che credetti volesse farmi del male, ma il risentimento era così asfissiante e il cuore mi rombava così forte che non c’era spazio per la paura.

«Continua» sibilò gonfiando il petto. «Colpisci ancora: tutti gli schiaffi che puoi darmi non bruceranno mai quanto brucia a te la verità.»

Continua…

 

 

 


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