Solo Sua – Sado GDR. La Vendetta

Ragazza in lingerie nera e reggicalze, ripresa ad altezza bacino, regge in mano una mascherina rossa

Dopo aver giocato alla “scuola per schiave”, sembravamo diventati tutti quanti bramosi di sperimentare qualcosa di più, e quella sera eravamo al Club proprio per lasciarci stimolare dalle opportunità.

Standomene comodamente adagiata sul divanetto del salone da ballo, scrutavo il tizio in camicia nera seduto al bar.

Doveva essere un uomo complicato, al “Noche de placer” lo erano quasi tutti: uomini in cerca di un piacere particolare, spesso deviato. La maggior parte delle donne li avrebbero ritenuti individui da mantenere alla larga, incapaci di offrire una relazione semplice, un futuro stabile. Personalmente li trovavo eccitanti, e non ero la sola.

«Ti tiene continuamente gli occhi addosso» sussurrai nell’orecchio di Pamela mentre giocherellavo con le dita tra i suoi capelli. «Sembrerebbe un ragazzino innamorato, se non fosse che ha uno sguardo da far ribollire il sangue.»

«Tu dici?» si sciolse dal mio abbraccio sistemandosi la mascherina nera punteggiata di brillantini dorati.

Annuii, contenta di poterle infondere coraggio. «Vai da lui, lo so che non vedi l’ora.»

Stava già contraccambiando lo sguardo di quell’uomo misterioso. «E tu?»

«Non ti preoccupare per me, avremo altre occasioni per stare insieme. Io faccio un giro e cerco daddy, dev’essere di sopra da qualche parte.»

«Allora ti lascio in buone mani.»

Mi diede un ultimo bacio, le sue dita si infilarono appena sotto la mia scollatura solleticandomi un seno. Cercai di mostrare il meglio della mia sensualità a beneficio dello spettacolo che voleva offrire al suo spasimante. Non mi disturbava affatto prestarmi per un favore a un’amica, soprattutto se era così piacevole. L’afferrai per una ciocca di capelli e le feci buttare indietro la testa, per poi lasciarla lì, con la bocca schiusa e una voglia insoddisfatta ben evidente sul suo volto.

Guardai l’uomo. È per te, lo vedi?

Solo uno stupido non ne avrebbe approfittato e lui non lo sembrava affatto. Fece scorrere il suo bicchiere vuoto sul bancone, i suoi occhi sfavillarono nel buio: te la sei cercata, dicevano alla mia amica.

Ci alzammo quasi in contemporanea, io e lui. Mentre lui si avvicinava a Pamela, io mi allontanavo. Attraversai il locale velocemente per non rischiare di essere intercettata da qualche sconosciuto. Da qualche parte avevo anche io il mio complicato uomo da sedurre, dovevo soltanto trovarlo.

Alla base della scalinata mi sistemai sul viso la maschera rossa, dono di Julian, e mostrai il braccialetto con l’incisione del logo all’uomo della sicurezza. Si fece da parte, mi lasciò passare mantenendo un volto impassibile, con il suo solito contegno professionale.

Salita al piano superiore mi incamminai lungo il corridoio oltrepassando una serie di porte chiuse dalle quali provenivano gemiti di piacere o schiocchi di flagelli, quando non entrambe le cose. Qualche volta una porta veniva lasciata aperta perché gli occupanti potessero godere nel mostrarsi. Io ero tra le persone che amava osservare più che essere osservata: una voyeur insomma.

Anche quella sera una porta era aperta. Dall’altro lato del corridoio vidi giungere una coppia, dopo pochi passi la vidi sparire nella stanza. Mi avvicinai notando solo all’ultimo momento il cartello accanto all’ingresso.

“Assoluto silenzio, per cortesia. Non toccare.”

Non toccare, sottolineato più volte.

Conoscevo quella calligrafia.

Cautamente mi affacciai oltre la soglia. Dentro c’era un uomo che indossava soltanto un paio di slip neri di pelle lucida che evidenziavano, anziché nascondere, la sua eccitazione. Era steso su un enorme letto rotondo, aperto e legato mani e piedi, privato della vista e della parola per mezzo di una benda e di una gag-ball. Era Jack.

Una decina di persone si erano radunate attorno al letto per osservare la scultura del suo corpo fin troppo muscoloso. L’unico che se ne stava in disparte era un secondo uomo seduto su una poltrona girevole accanto a una pesante scrivania di legno. Vestito di tutto punto, teneva le gambe accavallate e studiava con occhio critico la situazione. Lui invece era Julian, mio marito.

Mi salutò con un cenno del capo. Provai istintivamente un moto di rabbia per essere stata esclusa da tutto ciò.

Attraversai la stanza con passi felpati e lo raggiunsi.

«Che succede?» lo interrogai a bassa voce.

Mi prese il gomito gentilmente e mi fece girare verso il muro, in modo che non disturbassimo. «Jack mi ha chiesto di selezionare una dominatrice per lui.»

«Perché?»

«Sai bene che non è come me o come Marcus. Dominare non gli basta.»

Quindi stava a sottintendere che né io né Pamela potevamo soddisfarlo come desiderava. Torsi il capo per osservare la scena da sopra la spalla. Una ragazza con un corpetto di cuoio borchiato, un’alta coda di cavallo e piercing a gogò su labbra e sopracciglia, stava facendo scorrere un’unghia laccata di nero sulla coscia di Jack, fino all’inguine, lasciandogli una riga arrossata.

«E tu hai scelto quella?»

«Non ho ancora scelto, ma “quella” sembrava piacergli fin da prima che lo legassi.»

«Non mi piace.»

«Non è per te, non metterti a fare i capricci. Zitta ora.»

Cavoli, avevo ben diritto di dire che non mi piaceva! In fondo avevo avuto più volte io il pene di Jack in corpo di chiunque altra!

Continua…

 

 

 


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