Solo Sua – Sette minuti

Giovane uomo in mutande accucciato in controluce con le mani appoggiate al muro

Lo chiamavamo “sette minuti” il gioco che avevo accuratamente evitato per tutto il tempo del liceo e nel quale non pensavo certo di rimanere immischiata alla bellezza di trent’anni suonati. Quella notte però Martin ed Erica ne ricordavano i trascorsi con tanta enfasi che quasi mi dispiaceva d’aver perso una tale dose di approcci imbarazzanti e sgraziati rinchiusa in uno stanzino con un maschio arrapato. Il tutto per la bellezza di sette minuti, ovviamente.

Fu Martin, complici il vino e qualche spinello di troppo, a sollevare la brillante idea di ripetere il gioco in memoria dei bei tempi. Lui era sempre stato l’anima della nostra compagnia, quello spericolato, spiritoso, capace di trainarci tutti quanti nei pasticci.

«Facciamolo» propose. «Sette minuti chiusi… dove? Ce l’hai un posto adatto Sam?»

Dall’angolo del divano dove era comodamente adagiato, Sam sollevò il dito indicando il corridoio. «Il ripostiglio.»

Si passò la mano nei capelli, il ciuffo venne tirato indietro scoprendo gli occhi ebbri, accesi di vino e voluttà.

«Siamo soltanto in sei e per giunta Erica e Diego stanno insieme» protestai.

Sdraiato di lato sul tappeto, Diego si tolse gli occhiali. «Mica devi per forza fare qualcosa.»

Lo intravedevo a malapena tra le bottiglie vuote; non era da lui essere così accondiscendente, proprio Diego che era sempre il più pragmatico e così geloso di Erica.

«È vero» lo sostenne la sua fidanzata accoccolandosi a cucchiaio contro di lui. «Se ricordo le regole, ci si può anche confidare un segreto o non fare proprio nulla. In ogni caso niente di quello che succede là dentro può essere rivelato.»

Diego la strinse a sé posandole un umido bacio sul collo.

«La cosa inizia a intrigarmi» la voce di Monica fu quella risolutiva. «Io ci sto.»

Sposata e divorziata, Monica si era data parecchio da fare negli ultimi anni, non era un problema per lei mettersi in gioco. Ad ogni modo non mi sfuggì il gesto con il quale passò subito a chiudersi il bottone della camicetta che scopriva l’incavo dei seni rifatti. Dalla seconda misura era passata a una prosperosa terza a vantaggio delle telecamere che riprendevano il suo mezzobusto durante la lettura del telegiornale.

«Ma sì va’, è soltanto un gioco» cedetti per ultima.

Se però un attimo prima ridevano tutti, in quel momento ciascuno mise un piglio furbetto e un po’ diffidente; in pochi attimi era nata una tensione carica di aspettative e timori. Non eravamo più dei ragazzini, perché volevamo farlo?

«Okay. Deciso allora.» Con la sua solita intraprendenza Monica si rese subito utile. «Io preparo i nomi. Sam, bisogna togliere la lampadina dal tuo sgabuzzino, ci deve essere buio.»

Sam riprese la posizione verticale rassettandosi la camicia. «Non c’è luce dentro: è solo un ripostiglio per le scope. Spero che per voi signore sia sufficiente.»

«È perfetto per il gioco» sottolineò Martin.

In effetti il ripostiglio non era più grande di due metri e mezzo per uno.  La maggior parte dello spazio era occupata dalla tavola da surf che Sam tirò fuori per far spazio. Sulla parete restavano appesi uno spazzolone, una scopa e altri oggetti utili per le pulizie di casa.

«Romantico» cinguettai con uno sguardo di biasimo.

«Non ti preoccupare Serena, te lo faccio diventare romantico io se ci vieni con me.» Martin mi cinse con un pesante braccio sulle spalle.

Lo scansai tra l’ilarità generale. «Aspetta il tuo turno, tesoro!»

Le risate risuonarono ancora più forti, quasi nervose.

Tornammo a tavolino e decidemmo che sarebbe stato lui il primo a sorteggiare il nome di chi lo avrebbe accompagnato nello stanzino, dal momento che aveva avuto l’idea. Senza farselo ripetere due volte tuffò la mano nella ciotola dei cioccolatini e raccolse un biglietto.

Lo lesse e sollevò gli occhi su di me. «Ti ho beccata…» si girò di scatto, «…Erica!»

Dopo averli rinchiusi entrambi a chiave dentro lo stanzino, rimanemmo in religioso silenzio cercando di carpire qualche suono. Per i primi minuti regnò il silenzio totale, poi si udì un gemito.

Diego si irrigidì.

«Brutto segno, amico» lo prese in giro Sam.

Un altro verso soffocato di piacere.

Diego non si trattenne e diede due colpi alla porta. «Ehi, fate i bravi!»

Ai versi di Erica si unirono quelli di Martin in un crescendo.

«Oh sì, sì. Mmh… come sei brava!»

Lei alzò la voce. «Così. Dai, dai. Non ti fermareee!»

La loro sceneggiata era talmente forzata che pure Diego si mise a incitarli. «Se sei capace di farla venire in cinque minuti, parola mia, sposo te!»

Sam guardò l’orologio e aprì la porta, i due erano appoggiati alle pareti, nemmeno si sfioravano. Mentre Erica sorrideva, Martin si schiarì la gola fingendo di sistemarsi la patta e mandò un bacio volante a Diego. «Sì, lo voglio.»

Le battute di spirito si sprecarono.

Il secondo a cui andò l’onore del sorteggio fu il padrone di casa, Sam.

Con nonchalance raccolse un biglietto dal piatto, trattenemmo il respiro fino a quando non lesse il nome.

«Serena.»

Mi toccava: io e Samuel.

Tra tutti i miei amici lui era proprio quello con cui avevo meno confidenza, non a caso ci eravamo raramente trovati soli.

Continua…

 

 

 


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