Solo Sua – Solo un’altra scommessa

Castello dall'aria tenebrosa

Bussai al portone principale di Chateau de La Salle nei primi giorni di un gelido febbraio. Attesi a lungo senza ricevere risposta finché non fui notata da quella che sembrava essere l’unica presenza vitale in quel luogo disperso: un uomo massiccio avanzava nella mia direzione piegato sotto un sacco di iuta colmo di legna.

Quell’uomo ebbe la premura di scortarmi attraverso le stanze del castello che era stato distrutto durante la guerra dei cent’anni, poi ricostruito, più volte restaurato, ampliato e adattato ai bisogni contemporanei, conservando nonostante tutto la sua spettrale atmosfera.

Oltrepassando i lunghi corridoi, tra quelle mura fredde e imponenti, sentivo tutta la pesantezza dei secoli gravarmi sulle spalle come una carezza amara. Non riuscivo a capacitarmi del motivo per cui un artista tanto giovane e ricco si ostinasse ad abitarlo.

Giungemmo infine al salone che il padrone aveva adibito a suo laboratorio, dove una musica ritmata e aggressiva echeggiava ad alto volume rimbalzando tra le pareti. L’alto soffitto di vetro, incrostato di polvere, vibrava come se si dovesse infrangere da un momento all’altro.

Philippe Mathieu de La Croix era disteso sulla poltrona, inerme, le braccia penzolanti. Fissava un’enorme tela nera di fronte a sé con un’espressione alienata.

Fu immediatamente contrariato dal mio ingresso.

Dovetti ammettere che il suo aspetto non tradiva la sua fama di giovane seducente e maledetto; sulla pelle diafana si stagliavano due occhi grigio-blu come il cielo in tempesta, mentre le sue sopracciglia erano ali di gabbiano che salivano ai lati ricadendo severe al centro a incupire lo sguardo. Soltanto un neo sotto l’occhio sinistro rendeva più umano quel viso cesellato ad arte.

Da parte mia cercai di dare la migliore impressione possibile perché, sebbene non fosse di certo la mia più grande aspirazione, dovevo ottenere a tutti i costi quel posto di cameriera. Per l’occasione avevo indossato un abito apparentemente casto, ma che aderiva alle mie forme rotonde nei punti giusti. Con la voluminosa massa di capelli raccolta sulla testa poi, sembrava fossi già pronta a svolgere le mie mansioni.

«Sono Francinne. Mi manda Madame Clémence, dice che voi cercate una domestica, Signore.»

Si alzò in piedi giusto per galateo mentre il mio accompagnatore abbassava la musica e aggiungeva ceppi al fuoco.

«Mi mostri le mani.»

Mi avvicinai, tolsi cappotto e guanti e allungai le mani per il suo esame, pronta a ricevere un’immaginaria bacchettata.

Le sue labbra si mossero in un sorriso solo accennato. «Mi sta prendendo in giro? Lei non è che uno scricciolo, un rametto di salice che si piega al vento, e vorrebbe prendersi cura della mia casa? Non ho intenzione di stipendiare mezza Martinvast per le pulizie. Mi basta una donna soltanto, con le braccia forti e la schiena buona.»

«Non fatevi trarre in inganno dal mio aspetto» mi difesi. «Sarò anche minuta, ma ho forza da vendere. Non ho bisogno di aiuto, me la so cavare da sola e non vi recherò disturbo. Cosa vi costa mettermi alla prova?»

«Ha paura dei luoghi tetri?»

Sì, tremendamente. «No, affatto.»

Mi fece un giro intorno mentre io me ne stavo piantata al centro della stanza e l’altro uomo continuava a sistemare la legna accanto al camino senza che gli uscisse un sibilo di bocca.

«Non amo le scocciature.»

«Nemmeno io», lo rassicurai sapendo quanto tenesse alla sua privacy.

«Le sue belle unghie saranno spezzate prima della fine della settimana.»

Sembrava impossibile, ma si convinse nel darmi un’opportunità.

«Vuol dire che accettate?» mi sforzai di elargire uno dei miei sorrisi più sgargianti che naturalmente lui non contraccambiò. Lo detestavo, ma avevo un obiettivo e non intendevo rinunciarvi.

«Anton le mostrerà quale parte del castello abito e quale deve essere ignorata. L’aiuterà anche con i bagagli.»

Fortunatamente avrei dovuto limitarmi alle pulizie dell’ala sud, in quanto il castello era abitato soltanto da me e da Philippe. Anton si presentava di rado per il giardino e la legna, entrava e usciva silenzioso e discreto come se neppure esistesse.

Così cominciai da subito a mangiare chili di polvere lottando contro l’imperante odore di stoffa e legno stantio, disinfettando, arieggiando, sbattendo tappeti e tendaggi, finché mi accorsi che al padrone piaceva quell’odore: lui adorava tutto ciò che era decadente.

Avrei sfidato qualunque ragazza ad accettare ciò a cui mi stavo sottoponendo, ma il mio obiettivo riluceva su tutti i pensieri spiacevoli rendendomi testarda e determinata; Philippe Mathieu non poteva neanche immaginare cosa lo aspettasse.

Come una vera ingenua scattavo in allerta ogni volta che Philippe mi rivolgeva una parola o anche solo provava a guardare nella mia direzione. Con il passare del tempo però mi accorsi che, tolta qualche occhiatina al mio fondoschiena, mi ignorava del tutto. Passava la maggior parte del tempo dipingendo quadri enormi nel suo caotico studio, nel quale mi aveva vietato di intervenire. Erano quasi sempre immagini impregnate di colori minacciosi che si plasmavano incredibilmente in forme morbide, fondendo il macabro al malinconico.

C’era chi li definiva estasianti e li pagava a caro prezzo.

Presi a spiarlo nei suoi momenti d’ispirazione.

Normalmente aveva l’aria di una persona annoiata e apatica, al contrario, quando dipingeva, era preda di un vortice di emozioni. Qualche volta l’artista finiva persino col distruggere le sue opere, incitato dal trash metal dei Megadeth, dalla collera e da un paio di bicchieri di troppo.

Spiarlo faceva parte del mio piano, ma era anche un modo di passare il tempo visto che mi ero imposta di tagliare i ponti con il mondo finché non avessi portato a compimento il mio proposito. Poco male perché naturalmente, nella sua magnanimità, Philippe mi aveva pure vietato di invitare chiunque nel suo prezioso castello.

Mangiavo da sola nella grande cucina con due lavandini larghi due metri e la forchetta che faceva eco ogni volta in cui incontrava il piatto. Lui invece si limitava a bere e fumare, o cercava un ristorante quando la fame gli lacerava lo stomaco.

Faceva di tutto per evitare ogni sorta di vita sociale. Entrambi i suoi genitori erano morti da anni e le donne che si portava a casa non duravano mai più di una notte. Gli restavano soltanto Cedrick e Maximine: i suoi amici maleficamente degni di lui con i quali sembrava condividere un passato scabroso e un futuro ancor più delirante.

Una sera mi intrufolai nello studio di Philippe mimetizzandomi dietro il pesante tendone di velluto tinto dello stesso bordeaux della mia vestaglia e li ascoltai parlare.

Philippe li aveva invitati per festeggiare la vendita di un suo capolavoro: un mostro di cinque metri per tre che era uno shock per la vista e per il portafogli.

Erano strafatti tutti quanti.

Continua…

 

 

 


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