Solo Sua – Una forte scossa

Donna schiava in gabbia

Ero in uno stato di completo relax quando fui sorpresa da un colpo secco seguito da un boato orribile; durò dieci secondi, praticamente un’infinità. I libri sulla scaffalatura si piegarono tutti da una parte e l’abatjour camminò sul tavolino precipitando poi a terra.

Rimasi terrorizzata al punto da non riuscire a muovermi. Non che importasse, tanto non sarei potuta fuggire da nessuna parte.

Lo squillo del cellulare arrivò soltanto due minuti più tardi. Con la mano tremante presi il telefono posato sul fondo di velluto e aprii lo sportellino.

«Stai bene, piccola?» Avvertire tensione nella sua voce era qualcosa di talmente insolito per me che invece di tranquillizzarmi peggiorò soltanto la situazione.

Dovetti contare fino a tre prima di riuscire a rispondere. «Ho paura. Ti prego, vieni subito.»

«Mantieni la calma. Sono dall’altra parte della città, sarò lì in quaranta minuti.»

«Quaranta minuti?» piagnucolai. «Potrei essere morta per allora…»

«Non ti succederà niente. Il più è passato.»

«Come fai a saperlo? Sapevi forse che sarebbe venuto il terremoto prima di uscire? Ti è forse passato per la testa? Adesso non venirmi a dire che andrà tutto bene!» Ero terribilmente vicina alle lacrime.

«Ely, ci saranno scosse di assestamento. Okay?»

Conoscevo quel tono, era quello che mi scioglieva le ossa trasformandole in poltiglia quando mi diceva cose del tipo: “Ely, ora ti farà un po’ male, okay?”, o più semplicemente “Ely, stai giù, faccia al pavimento”.

Era una voce che mi induceva a piegare le ginocchia e allo stesso tempo a cercare la forza dentro di me. Un coraggio che scovai anche in quel momento. «È stata troppo forte, lo so anche io che andrà avanti per un po’.»

«Ho già mandato qualcuno che sta arrivando a prenderti» continuò lui. «So che sei spaventata, ma devi tenere duro. Fai la brava, io arriverò tra non molto.»

«Qualcuno? Chi?»

«Mandami un sms quando sei fuori.»

Clic. Attaccò il telefono.

«Bastardo» sibilai tra i denti guardando lo schermo spegnersi.

Trenta centesimi era il credito che avevo sul cellulare. Non voleva che mi perdessi in chiacchiere in sua assenza, così mi aveva lasciato soltanto il necessario per mandargli un sms in caso di necessità.

Dal mio Signore potevo accettarlo, ma era difficile accettarlo dal mio uomo mentre mi sentivo così precaria, in balia di eventi naturali più forti di lui, di noi.

Afferrai le sbarre e cercai di scuoterle, sembravano sottili, invece erano solide come quelle di una cella di contenimento.

«Aiuto!» gridai stupida e spaventata.

Il rumore lontano di una chiave che trafficava con la serratura mi fece ammutolire. Qualcuno aprì la porta d’ingresso, una persona che evidentemente possedeva le chiavi del nostro appartamento; mi sarei preoccupata di chi potesse essere solo quando sarei stata fuori di lì.

«Aiuto!» urlai ancora.

«Elisabeth, sei tu?»

Oh cavolo, la signora Richardson. Era la padrona di casa.

«Dove sei Elisabeth?»

«Sono qui» risposi con un lamento.

La donna che da poco si era ritirata dal ruolo di istitutrice presso un collegio femminile, attraversò l’ingresso ed entrò in sala. Si fermò poco oltre la soglia poi, alzando lo sguardo sulla grande uccelliera, fece un passo indietro come per ripensarci. La gabbia troneggiava al centro della stanza appesa a un metro e mezzo d’altezza, adornata da un ramo spinato di rose rosse. Dentro vi trovò me. Nuda.

«Oh, Signore» esclamò barcollando sulle gambe.

Sì, opera di un Signore senza dubbio, solo molto più umano di quello che lei aveva invocato, e certe volte anche più severo secondo la mia esperienza.

Divenni tutta rossa di vergogna, mi abbracciai forte le gambe per coprirmi come potevo dai suoi occhi scioccati, mentre la gabbia continuava a dondolare lentamente dandomi il mal di mare. Una piccola scossa di assestamento ne amplificò gli effetti accompagnandoli con un gelido cigolio della catena alla quale era sorretta. Allora mi riscossi e tentai di riscuotere anche la mia soccorritrice.

«Mi tiri fuori di qui, la prego!»

Avendo appreso dal suo mestiere la capacità di essere una donna estremamente pratica e avendo la mia stessa premura di uscire dall’edificio, prese subito di mira la serratura dell’uccelliera.

«Le chiavi?»

«In camera, nel primo cassetto del comò.» Così almeno speravo.

Mi sfilò davanti risoluta, impettita nei suoi abiti castigati che non celavano però una matura avvenenza. Mentre imboccava il corridoio della zona notte tolsi dalle sbarre della mia gabbia le pinze facendone un mucchietto ai miei piedi, insieme con la catenella che le univa.

James le aveva messe lì prima di uscire. «Nel caso ti annoiassi» aveva detto con un sorriso malizioso, infilando nella mangiatoia anche il romanzo di Anne Rice “Il risveglio della bella addormentata”, una storia deviata nella quale Bella diventava schiava sessuale del principe. Le due cose, le pinze e il libro, dovevano essere complementari secondo lui…
Continua…


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